bgmole su alias

15Feb10

Su Alias del 6 febbraio scorso, è apparsa una recensione di Cecilia Bello Minciacchi alle Tecniche di basso livello (impaginata con un articolo su Walt Disney… vorrà dire qualcosa ;-). Eccola qui:

Basso e sfuggente il “livello” di Bortolotti

Si direbbe che nulla avvenga, che nulla narrativamente si sviluppi, nelle pagine a cui Gherardo Bortolotti ha dato un titolo di essenziale trasparenza, Tecniche di basso livello (Lavieri, pp. 78, € 8,50). Trasparenza di memoria calviniana, come calviniani sono qui il rigore della sintassi, l’esattezza della punteggiatura e, soprattutto, il convincimento che si legge in Una pietra sopra: “la letteratura non conosce la realtà ma solo livelli”. Bortolotti indaga propriamente un livello, basso – come è dichiarato – e sfuggente. Franto e discontinuo, come il tessuto del libro. Apparente e non reale. Perché la realtà è dubbia, anzi può talvolta risolversi nella coincidenza tra il sentieri “vivi” e il sentirsi “irreali”. Dunque anche l’impressione che questo libro non racconti nulla può essere fallace come un “effetto ottico”. Racconta invece ciò che sembrerebbe impossibile ridurre a materia narrativa: la non coincidenza tra “lo stato delle cose” e i soggetti che vi trovano di fronte; la “frammentarietà del nostro orizzonte di coscienza”; la mancata relazione tra “le cose” e “l’effettivo succedersi degli eventi”. E per farlo Bortolotti resiste alle lusinghe della narrativa  e la decostruisce mortificando le “storie” e privilegiando le giustapposizioni.

Il testo, geometricamente articolato in coppie di prose dalla numerazione discontinua e incompleta, non ha trama e depriva il genere narrativo di tempi e luoghi d’azione, di evoluzione, personaggi, descrizioni. Mostra tagli netti, scorci, e “scorcio” è del testo parola e prospettiva chiave. Mostra solo riassunti di situazioni, eppure materia narrativa c’è, ma va letta la negativo. Tutti i tempi verbali sono declinati all’imperfetto; i soggetti si alternano tra la terza persona singolare e la prima plurale, tra la misurata distanza di un egli/lei e il coinvolgimento del noi. Il tempo della durata nel passato, dell’azione continua o ripetuta, serve, anch’esso, a livellare. I vuoti, le tessere che mancano tra prosa e prosa, invece di dare spazio, di creare aperture o libertà, rendono più severa l’oppressione, più opaco il futuro. Ogni mattina, leopardianamente, “al suono della sveglia, ritroviamo la naturale sensazione di dolore” di chi è vivo; le esistenze sono fatte di “salario e decadenza fisica”; la giovinezza “raccontata nelle campagne pubblicitarie” distrae dall’ansia dell’età adulta e dall’attesa della morte. In Gherardo Bortolotti, giovane autore bresciano di cui vanno ricordati altri due titoli stemmatici quanto allegorie – Canopo (Cepollaro E-dizioni, 2005) e Soluzioni binarie (La Camera Verde, 2007) -, la responsabilità dell’ottica politica autoriale precede e sopravanza la materia dei testi. Per questo, quanto potrebbe parere ghiaccio affilatissimo è invece strumento temperato al calor bianco. Non altrimenti questi “riassunti incompleti di avvenimenti fittizi”, queste “testimonianze di epoche inconcludenti” avrebbero potuto significare per noi “la metamorfosi continua delle apparenze, la catastrofe semiotica in corso”.



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