bgmole su il manifesto

19Gen10

Su Il manifesto di domenica scorsa, 17 gennaio, è apparsa una recensione di Marco Giovenale alle Tecniche di basso livello. La riporto di seguito:

Gherardo Bortolotti, trame malinconiche a basso voltaggio

Recentemente (e finalmente) sembrano trovare terreno ricettivo, interlocutori, editori e nuovo pubblico, alcune nuove quanto naturalissime tipologie di scrittura non strettamente narrativa e neppure però vincolata al vetusto poème en prose. Si tratta di quelle vie nuove sintetizzate da un autore e studioso come Jean-Marie Gleize nella definizione, assai felice, di prosa in prosa.

Se ne possono notare i legami con una stagione solida di avanguardie (gli anni dei Novissimi, per dire) che, a differenza di quanto accaduto in Francia, sembrava fino a ieri in Italia interrotta. Ma se l’attuale nuova prosa prosegue e persegue con sue proprie connotazioni una linea di ricerca nota, lo fa abbracciando in pieno e con gusto una «fredda» poetica dell’azzeramento dei codici retorici, del significante, ricusando con ciò quella «poetica del gingillo» linguistico (per dirla con Christophe Hanna) che ha variamente attraversato il secolo del messaggio poetico, il secolo di Jakobson. (Azzeramento che appare allora figlio di Partita, di Porta o degli antiromanzi di Isgrò, più che delle colate laviche di Villa, Cacciatore, Toti). La nuova prosa è o appare, così, lineare-iperreale, certo non postmoderna in senso tondelliano (o cannibalico).

Nel nuovo clima, nel cerchio aperto della prosa in prosa che lui stesso ha contribuito a formare, Gherardo Bortolotti esordisce in pieno, e si direbbe paradigmaticamente, con un libro di prose brevi èdito da Lavieri: Tecniche di basso livello. Bortolotti è in effetti agli antipodi rispetto al mainstream del romanzo e del racconto tradizionali. Lavora cioè (anche come traduttore dall’inglese) a una dimensione non lirica che nemmeno però cade nel racconto-racconto, nello stereotipo del savio periodare di chi spiega e dispiega dall’alto una mappa data, di chi sa già la trama e la pilota, fa il plot al plotter, tagliando dagli attici di una metafisica d’Autore le storie e i personaggi («che fanno vendere i libri» – come ognun sa).

Se i testi delle Tecniche di Bortolotti sono assertivi e narranti, allora, lo sono attraverso frasi tanto intenzionalmente generiche da far brillare in primissimo piano giusto l’invendibilità di fondo della vita occidentale, il voltaggio basso o nullo delle vicende, che sono poi quelle di adulti bloccati e inceneriti dalla propria gabbia e routine (generale, generalista) biografica-televisiva-lavorativa-sentimentale, puntualmente a cavallo o meglio disarcionata tra i due millenni.

Incurabile come il tempo, e incurante del tempo, il Sempreuguale domina. Dallo schermo tv o web, il moto immoto di polvere o nebbia quantistica prepara allora ai personaggi o pedine-avatar del libro un destino reso lattescente, in cui nulla accade, e in cui però il tutto di quel nulla è disperatamente detto, con un picco di malinconia che viene dal montaggio ritornante delle schegge: «Dalle regioni periferiche del benessere, in cui ci eravamo stanziati nei giorni della nostra giovinezza, dirigevamo gli sguardi oltre le feste, gli acquisti del sabato, le domeniche pomeriggio, e non vedevamo niente», «guardando la televisione, bgmole si inoltrava, dalle pianure del divano, in un territorio di sovrappensiero, pieno di associazioni mentali arbitrarie, scritte in sovraimpressione, ritmi incongruenti di inquadrature». Ecco: sovraimpressioni (titolo zanzottiano qui catturato a miglia di distanza da Zanzotto) e sovrappensiero: i piani di scorrimento del disegno, di una differente e ben sottile denuncia dello stato di cose presente.

[cliccate qui per una versione più estesa della recensione]



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