comunità centrate sull’utente

22Nov09

Recentemente ho capito una cosa che a molti, immagino, potrà sembrare un po’ la scoperta dell’acqua calda: le comunità on line sono centrate sull’utente.

Ora, questa constatazione, benché perentoria, non sembra particolarmente cospicua quanto a implicazioni e si tende a non tirare le conclusioni che comporta. Tuttavia, se ci si pensa bene, l’affermazione di cui sopra vuol dire che l’utente genera una comunità nel momento in cui accede alla rete, una comunità che è composta dai legami che lo stesso utente instaura con l’accesso (penso alla comunità dei propri contatti, una volta che si accede a Facebook o a Skype) o con la produzione di un contenuto (penso ai visitatori del proprio blog o della propria pagina su Flickr).

Ora, si noti una cosa: questa comunità esiste solo agli occhi di chi la genera, ovvero esiste in termini fattuali ma proiettivi. Gli individui, che la connessione dell’utente riunisce nella comunità da lui generata, non vedono la stessa comunità che vede l’utente ma altre, generate a loro volta dalla connessione di quegli stessi individui. L’utente di partenza partecipa a quelle comunità ma non nei termini in cui crede di partecipare alla comunità che ha generato e in cui si muove (crede di muoversi).

È una situazione sottilmente paradossale (e parecchio ironica). La comunità che proietta l’utente non è un’allucinazione: esiste, funziona (tant’è che l’utente stesso la tiene in moto) ma vive uno status precario, più o meno temporaneo e, diciamo, essenzialmente soggettivo. Manca quella dimensione “oggettiva”, “pubblica”, “autonoma” che in genere si attribuisce alla comunità. Eppure una dimensione oggettiva esiste, che è poi quella dell’infrastruttura della rete e che, però, viene sistematicamente obliterata e diventa una specie di meta-comunità.

Se applicassi una lettura allegorica a tutto questo, deriverei conclusioni tra l’utopistico ed il disperato sulla società all’inizio del XXI secolo e, quindi, non lo farò. Mi limito a sottolineare la responsabilità essenziale che ha, adesso, il singolo rispetto alla comunità. I rapporti si sono ribaltati: prima era la comunità che generava il soggetto; adesso è il soggetto che la genera e la mantiene.

PS: per stavolta evito anche di tirare conclusioni su ciò che comporta in termini di canone della comunità tutto questo (in verità lo faccio solo perché non l’ho completamente capito ;-).



15 Responses to “comunità centrate sull’utente”

  1. E’ vero che la comunità sociale in rete è definita dall’utente in base al suo schema di relazioni ed alla sua percezione di queste. Tu fai l’esempio di facebook, dei contatti skype, a me vengono in mente i forum tematici, i lettori di un blog.

    La stessa cosa però si potrebbe dire della comunità sociale nel mondo fisico, ad esempio quella dei frequentatori di un bar. Io prendo il caffé in un bar e ci ritrovo la mia comunità, le persone che conosco e con cui scambio due chiacchere. Se per caso ci vado a orari diversi dal solito trovo persone diverse e non mi sembra di essere nella mia comunità. E c’è la comunità degli altri avventori, e pure il punto di vista del barista.

    Tornando alla rete, è verissimo che le comunità sono definite dall’utente, centrate attorno a lui. Non è possibile definirle dall’alto, costruirle artificialmente, ma si può solo costruire degli strumenti (siti, meglio ancora protocolli) che le persone possano usare per farci quel che vogliono. L’apparente atomizzazione della percezione è irrilevante, ognuno sa quel che cerca ed è irrilevante che io e te si frequenti un forum con due diverse aspettative e soddisfazioni.

    Un aspetto che potrebbe interessarti è l’opportunismo, tipico ad esempio dell’aggregazione degli utenti ad esempio all’interno di uno sciame BitTorrent, ed i meccanismi di incentivazione, che sono quelli propri del protocollo BT per incentivare l’upload insieme al download e garantire un’equa distribuzione di contenuti all’interno di uno sciame.

  2. sì, la comunità degli avventori opposta alla visione del barista è un buon controesempio. e, in effetti, non è certo la rete che ha inventato la dialettica tra singolo e gruppo e l’inconciliabilità dei punti di vista, per così dire.
    quella che, però, mi sembra una differenza peculiare è questa: quando arrivo al bar e trovo gli altri appartenenti alla mia comunità, non solo siamo tutti (relativamente) concordi circa la comunità che formiamo in quel momento ma la stessa comunità si mostra (più o meno) identica agli occhi di tutti; quando accedo a skype, invece, io accedo alla comunità che genero, ed a cui appartengono altre tot persone, ma una qualunque di quelle persone sta frequentando un’altra comunità (quella che ha generato con la sua connesione) e non vede la mia. chiaramente tutti apparteniamo alla comunità implementata da quell’applicazione, da quel protocollo, etc. ma la realtà della comunità “vera” è completamente obliterata (dall’applicazione stessa, per altro) ed invece noi continuaiamo ad interagire con la proiezione della nostra presenza on line.

  3. Interessante. (Ma davvero al bar si forma una comunità? O non piuttosto uno sfioramento casuale e irresponsabile di corpi?)

  4. sì, in effetti jan intendeva un “bar di amici”, se non mi sbaglio, cioè uno di quei posti dove i vari avventori si conoscono etc. etc. la cosa che credo di aver capito, tuttavia, varrebbe anche nel caso della comunità da sfioramento casuale.
    il punto, mi sembra, è che nel mondo reale il luogo dell’incontro della comunità (il territorio, immagino si potrebbe dire) è appunto reale; nel caso del mondo virtuale, invece, è stipulato, proiettivo e dipende, per la proprio esistenza, dalla connessione (dalle connessioni) generate dall’utente.

  5. 5 jan

    In effetti intendevo il bar di amici e mi fermerei qui con le analogie. La comunità online di definisce ed ha valore per la persona, che se si stufa (vedi comunità commerciali, viral marketing fasullo ed astroturfing) vota coi suoi piedi (con la sua attenzione) e se ne va direttamente da un’altra parte.

  6. questa mattina sono stata qui

    http://www.ecsel.org/vorrei-un-corpo-bionico.pdf

    e mi è tornato in mente questo post

  7. a parte il fatto che ammetto senza problemi di aspettare da anni la connessione via spinotto craniale, mi domando e dico: cosa ci facevi ad un convegno di biorobotica???

  8. puro caso, troppo lungo da spiegare, ma la parte che più mi ha affascinata è stata quella tecnica, in particolare un uomo seduto e fermo, con una specie di cuffia in testa da cui partivano molti fili e un giubbotto della stessa natura, quell’uomo muoveva senza muoversi una pseudo-racchetta sullo schermo, l’ingegnere che parlava, ci stava spiegando che l’uomo, per muovere la racchetta non doveva necessariamente vedere la racchetta sullo schermo, era il suo corpo fermo che la sentiva (più o meno)
    lasciando da parte il fatto che per scrivere qui sto usando le dita, la sua mente bypassava non il corpo, perché ovviamente esisteva, era lì come corpo, ma i movimenti volontari del corpo, Purtroppo ne so troppo poco per spiegarlo, ma c’era comunque un’estensione virtuale, e io in questo momento estendo virtualmente a questa comunità che stiamo facendo per qualche breve minuto il mio io (?) potenziato da questo strumento che uso.
    Perciò, prima ancora che comunità di utenti, comunità di utenti espansi?

  9. ah, c’erano anche un paio di persone con spinotto craniale (nei filmati, ahimè, che mi sarebbe piaciuto vederle in natura)

  10. ho capito quello intendi. la questione è che tipo di soggetto è quello che forma la comunità on line. in effetti gli aggettivi espanso e potenziato sono sicuramente calzanti. quello che più mi colpisce è la natura schizofrenica della soggettività on line (che, per altro, potrebbe anche spiegare gli eccessi paranoici dei vari flame a cui capita spesso di assistere). forse, però, la schizofrenia è una delle modalità del potenziamento.

    ci ripenso, però, e mi rendo che il mio desiderio di uno spinotto craniale (ma va bene anche un’antenna wi-fi corticale ;-) è l’espressione di una fantasia panica e ciclofrenica… mmm, qui c’è ancora molto da capire!

  11. infatti, secondo me anche quello fa parte della questione, ma dal mio osservatorio-privato-generazionale di immigrata nella rete non ne cavo niente se non una curiosità potenziata:-)

    mi aspetto tutto da voi

  12. beh, vedremo quel che si può fare ;-)

  13. Mi interessa molto questo argomento. Trovo molto stimolante e difficile provare a teorizzare sui cambiamenti delle dinamiche relazionali e sociali indotti dalle connessioni mediate da “schermi”. La difficoltà è aumentata anche dalla rapidità con cui cambiano gli “ambienti” e gli stili di accesso delle persone. Ma vale la pena di pensarci, anche per non subire troppo passivamente quelle pratiche che apparentemente ci fanno sentire tanto attivi.
    saluti

  14. ti quoto questa cosa dell’ “apparentemente attivi” che mi sembra molto importante. è una sensazione che spesso chi pratica l’on line percepisce. prima o poi riuscirò a fare un post sul microblogging e soprattutto su tumblr che è implementato in modo da generare un ritmo di post veramente concitato.
    cmq, direi che dobbiamo sempre tenere in mente una cosa: la nostra presenza on line è ben voluta proprio perché produciamo contenuti, innescando il circuito economico che li muove. l’attività a cui diamo luogo, quindi, è effettiva e non apparente. è apparente che sia (solo) a nostro vantaggio ;-)

  15. Hai perfettamente ragione nel precisare la “necessità” e realtà della presenza e, direi, del lavoro on line. Quella che manca è forse la consapevolezza del ruolo che ciascuno svolge, dei vincoli legati ai programmi e degli effetti che tutto questo produce sull’identità stessa. La riflessione è dunque importante per difenderci (per quanto possibile) dalla funzione di manovalanza intellettuale gratuita in cui rischiamo di essere trascinati senza saperlo. L’ho detta un po’ troppo sinteticamente e molto ci sarebbe da aggiungere. Va beh, ne riparleremo di certo.


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