secondo paragrafo di tre

02Set09

Anche in risposta al commento di Riccardo Cavallo al post precedente e in riferimento alla mia prefazione a Notazine n° 3, riporto il secondo dei “tre paragrafi” miei e di Marco Giovenale:

In questo senso, si può notare che, a fronte del disfarsi del mondo nelle centomila versioni che quotidianamente ci vengono fornite, le scritture che si pongono il problema di fornire strumenti per l’esperienza contemporanea hanno deciso di lasciare il discorso “sul” mondo a favore del discorso “nel” mondo.Questo, nella pratica della scrittura, sembra avvenire in due modi.
Da una parte, viene rifondata la funzione del narratore, collegandone lo statuto all’autore reale in quanto sua espressione: si attribuisce all’esistenza storica di chi scrive la forza carismatica di coordinare le forze centrifughe che disfano qualunque discorso sul mondo. Nella maggior parte dei casi, questa soluzione appare isterica, perché così facendo, anziché collocare il discorso nel mondo attraverso la persona dell’autore, in verità lo si rimette nel suo limbo ideologico-metafisico mitizzando l’autore stesso.
Questa istanza, in diverse declinazioni, è forse reperibile già nell’ultimo Pasolini, per fare un esempio, o in Arbasino, ma se risaliamo agli ultimi anni, soprattutto in narrativa, è all’ordine del giorno: il narratore è un narratore onnisciente non perché sa tutto della vicenda, ma proprio perché è l’autore a sapere tutto del mondo (o almeno così dà ad intendere con varie strategie retoriche).
Dall’altra parte, si pensa che la rappresentazione dell’incoerente è pur sempre coerente e come tale, per come va il mondo, non si situa nel mondo ma nel metafisico e, di conseguenza, si procede alla decostruzione del narratore, alla sua destabilizzazione. In qualche modo, allora, ci si appella all’esposizione della sintassi, dell’ordine realizzato come metonimia dell’ordine supposto o prova dell’azione di ordine sul mondo che chi scrive si incarica di dare. Si colloca nel mondo il discorso nel senso che lo si lascia nella fattispecie delle sue singole soluzioni. Questo tipo di lavoro lo si può vedere, nelle varie espressioni possibili, nel Balestrini della Signorina Richmond o nell’ultimo Calvino o nei tanti francesi e statunitensi che vengono scoperti in questo periodo: Toscano, Tarkos, Mohammad, Cadiot, Markson, Alferi, etc…



2 Responses to “secondo paragrafo di tre”

  1. quello che dite mi conferma certe aperture,non solo mie-chiamarle magari parossistiche chiusure ai tormenti insostenibili dell’autorialità? mi sa che s’avrà a riparlarne;quanto a quelle che ottimisticamente definite scoperte,e meriterebba così fosse,mi par di notare distrazioni programmate,disattenzioni iperstrutturate e disletture-ovviamente attendo il terzo paragrafo dei tre,sono cose su cui tornare e restare,dunque a riparlarci,con tutta la gratitudine di cui sono capace vi saluto da questa sinistra domenica savoiarda

  2. i tre paragrafi li trovi qui: http://gammm.org/index.php/2006/07/16/tre-paragrafi-gbortolotti-mgiovenale/
    sì, aperture e chiusure: ci si potrebbe aspettare che la questione dell’autorialità in qualche modo venga rivista a partire da un’altra linea di pensiero, magari meno appesantita da eredità ottocentesche (sarebbe ora, no? ;-)


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