ikea, ovvero, la merce mantiene il controllo dei miei desideri (e così chi la produce)

16Feb09

[Sull’ultimo numero di Sud è apparso un pezzo mio, che riporto di seguito. Come ho scritto altrove, si tratta di un estratto di un testo più ampio – che mai finirò, per altro]

131. Come una nozione irrelata e spontanea, il centro commerciale segna le ultime prospettive della periferia. In apparenza, coinvolge i capannoni, le villette a schiera in costruzione e la tangenziale, in un complotto ai danni della città, ai danni delle relazioni tra gli individui, forse a vantaggio di un certo senso di desolazione che i suoi scorci, gli angoli retti dei suoi magazzini, e le antenne che spuntano sui tetti senza spiovente, possono evocare ed accogliere. Sulla pianura, sembra il rudere di una civiltà futura.

132. “Dobbiamo andare all’Ikea” dice bgmole “dobbiamo prendere i contenitori ermetici, quelli bianchi, per portarmi il pranzo in ufficio. Bisogna vedere anche per il tavolino da mettere in camera. Domani ho pensato che potremmo mangiare la pizza.”

133. Come i diorami di una civiltà risolta, dove il continuo consumarsi del corpo, e l’inesauribile vicenda dei salari, si sono quietati, gli interni lungo i percorsi dell’Ikea offrono l’occasione per lunghe rêveries, lontane fantasie su alcuni momenti futuri in cui la propria vita verrà a posarsi e a meditare, ed in cui, tra i mobili ed il lusso moderato di un piccolo borghese, il senso delle cose potrà avere ragioni da dare.

134. Tra gli scaffali, con in mano una confezione di biscotti, bgmole ignora di essere al centro di una costellazione di valori economici, estetici, etici, politici che si raggrumano, come i materiali di una stella collassata, nell’astro semantico su cui ha investito, in previsione delle mattine desolate che precedono il lavoro, la gratificazione minima sufficiente a metterlo per strada, verso l’ufficio.

135. Negli spazi neutri, quelli non utilizzati per l’esposizione della merce o per l’accesso dei clienti alla stessa – gli spazi dedicati a servizi e funzioni base, come i bagni, o gli angoli estremi del parcheggio, le pareti con i telefoni –, il significato delle cose sembra arenarsi. Le prospettive dei corridoi, o i particolari degli stipiti e delle maniglie, possono passare per rifiuti sulla spiaggia, per cianfrusaglie rimaste troppo a lungo sul fondo di un cassetto. Nel contempo, il volume di spazio che li accoglie, sembra godere di una strana esenzione dal tempo, dalla misura del suo passare e dalla speranza che, nonostante tutto, vi si può trovare. Non avendo mai avuto una propria stagione di prosperità e pienezza, rimangono sospesi in una decadenza interrotta, uno squallido retroscena del tempo.

136. Non è certo nel possesso che eve ammetterebbe di riporre le risorse delle proprie giornate, pensando piuttosto all’uomo che ama, ai tanti legami che la vedono partecipe. Ricorre però spesso nel caleidoscopio dei suoi pensieri, nelle geometrie combinatorie dei suoi desideri, il bisogno di questo o quel oggetto: le scarpe per la cena della prossima settimana, la felpa per passeggiare in montagna, il cellulare di nuova generazione. Nelle considerazioni condivisibili sui rispettivi valori d’uso, nelle logiche argomentazioni che precedono e giustificano l’acquisto, ecco così l’implicazione di una cosa neutra, di un oggetto naturale, di un prodotto senza rivendita al dettaglio, gestori della distribuzione, infrastrutture pubbliche e maggioranze che le pianificano, fabbriche d’origine e personale salariato preposto alla produzione, le cui vicende sindacali, quando non osteggiate, sono comunque ignote o scordate.

137. Sugli scaffali delle librerie Ikea, collocate con gusto nei finti studi o nei soggiorni senza pareti, trovano spazio, tra i soprammobili, i candelabri, le fotografie, dei libri. Si tratta, per lo più, di numerose copie di un unico titolo in svedese, di cui si sospetta o si deduce la natura di fiction ma di cui si ignorano le fortune editoriali, i contenuti, le suggestioni a cui risponde. Come reperti archeologici, ricostruiscono la vita degli abitanti irreali di queste finte stanze, ossessionati dalla ripetizione, dall’identico in grande copia, dalle storie di romanzi realistici di tradizione borghese, con narrazioni di vicende, approfondimento di personaggi, descrizioni di interni.

138. Nonostante la certezza della morte, la seduzione degli oggetti apre piccole regioni di fiducia e le merci, piene del senso di un futuro imminente, ci danno sollievo.

139. Alla cassa, mentre le merci scivolano sul nastro che le porta nelle mani della cassiera, l’accostamento senza costrutto dei nostri pochi acquisti svela la casualità dei giorni che portiamo a compimento, la debolezza della loro trama. Una confezione di assorbenti, due bottiglie di Coca-Cola ed un pacchetto di sottilette aprono piccoli spiragli su cene in famiglia con molti silenzi, con alcune paure che non si riescono a confessare. Mentre scende la sera, nei trilocali il cui decoro e la cui metratura si inscrivono nelle medie statistiche nazionali, i beni di consumo si accumulano secondo disegni fortuiti, rimanendo testimoni ed espressioni della debolezza dell’amore, della brevità della vita, della fragilità umana nei luoghi delle nostre storie.



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