validi in quanto apportatori di contenuto

02Dic08

La struttura del web, soprattutto nella sua ultima evoluzione verso il cosiddetto web 2.0, trasforma qualunque cosa vi venga immessa in “contenuto”. L’economia che tiene in piedi il web si configura, infatti, come un’immensa offerta di contenuti multimediali prodotti, in gran parte, dagli utenti stessi. Questi contenuti attraggono il pubblico (altri utenti che, a loro volta, producono altri contenuti) che viene venduto agli inserzionisti. Un esempio eclatante, in questo senso, possono essere Youtube o Flickr.

Non diversamente dagli .mp3 delle band emergenti o dalle foto delle nostre vacanze, quindi, i testi letterari messi on line, da questo punto di vista, sono “validi” in quanto apportatori di contenuto, cioè in quanto ulteriori oggetti fruibili all’interno del circuito di informazione. Questa validazione è automatica e si basa sulla sola generazione nello specifico circuito di produzione e fruizione che è la rete. Non è più una questione di “forza poetica”, o “bellezza” o che altro.

Si potrebbero dedurre molte conclusioni a partire da questa prima constatazione, per esempio che queste stesse note – lo segnalo nonostante sia ovvio – valgono “solo” in quanto contenuti. Mi limito a sottolineare, però, come ci sia una paradossale trasformazione nell’industria culturale. Se un editore, per esempio, prima vendeva un testo e, mercificando quel pezzo, innestava nell’economia il circuito di produzione-fruizione; ora un provider vende l’intero circuito di produzione e fruizione – al cui interno, tuttavia, vige un regime de-mercificato, dato che la fruzione è gratuita e l’oggetto offerto non è una merce.



4 Responses to “validi in quanto apportatori di contenuto”

  1. 1 blenz

    E’ paradossale il fatto che vengano prodotti contenitori che poi chiedono il contenuto agli utenti! Cioè l’utente genera valore al prodotto contenitore+contenuto non solo in quanto fruitore (e quindi possibile bersaglio commerciale) ma anche in quanto produttore del contenuto. Come chiedere all’impiccato di fornire la corda…

  2. In effetti, è paradossale. Ma da una parte, come dire, è così e c’è poco da aggiungere. Dall’altra, mi verrebbe da fare un paragone con i bisogni indotti dalla pubblicità. Tuttavia, vorrei sottolineare anche un’altra cosa. Tu giustamente dici che l’utente in qualche modo è sfruttato due volte e produce ricchezza sia come fruitore che come produttore. Eppure, tra i gli utenti avviene uno scambio di beni (i contenuti) senza che ci sia una monetizzazione, senza che questi siano delle merci. Anche questo mi sembra paradossale: un’ulteriore articolazione del capitalismo che, però, introduce come fondamentale uno scambio non mercificato.

  3. Gli utenti sono delle merci eccome! Avete presente l’imperativo “compila il form”, ormai divenuto la porta d’ingresso a tutti i “contenitori”?

    Bene, quel form contiene dei dati personali che consentiranno una preziosissima profilazione degli ignari utenti, trasformandoli in potenziali clienti (delle aziende a cui i provider venderanno le loro banche dati), quando non saranno già presenti nel target delle marche potenti.

    Un po’ come accade con le fidelity card della GDO: si tratta di tattiche di marketing che seguono una logica win-win, in cui a “guadagnarci” sono entrambe le parti.

  4. sì, infatti, e per di più la raccolta di dati non avviene solo con i form. pensa a last.fm, i cui utenti inviano le statistiche dei propri ascolti, aggiornano i dati disponibili sul sito e così via. e tuttavia, quando c’è stata la polemica sulla gratuità del servizio, last.fm non ha riconosciuto che i servizi che offriva non erano affatto gratuiti ma ripagati dai dati forniti dagli utenti.


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