marco giovenale e rodrigo toscano

17ott08
  • Lo scheletro sintattico funziona in termini logistici: le nominazioni fungono da indici nella disposizione degli oggetti riferiti. Una disposizione che si sviluppa nel tempo. (E la dimensione dello spazio della pagina?)
  • Ciò che si ricava è un’accumulazione di oggetti sintattico-semantici. Cioè strutture grammaticali e punti di vista (scorci di narrazioni).
  • La successione di sintagmi genera senso di per sé. È la disposizione nello spazio-tempo della pagina che crea già una storia. (Ovvero le vicende di questa successione). Si noti: si potrebbe pensare che questo avvenga solo perché si tratta di scrittura (davvero? Forse sì: l’oralità forse è solo temporale).
  • Partiamo dall’idea che una frase organizza, in funzione del proprio ordine grammaticale, un ordine delle cose. Ovvero, che la struttura sintattica funziona come struttura ordinatrice delle cose del mondo. Nei testi di Giovenale questa è la prima cosa di cui si fa esperienza. Parto dai testi di Giovenale usandoli come una specie di esempio paradigmatico di una modalità della scrittura ancor prima che di un percorso personale. Affianco a quelli di Giovenale metto i testi di Toscano, come ulteriore istanza di un uso metastrumentale della catena sintattica.
  • La giustapposizione è certo la cifra chiave: la scrittura di Giovenale si basa sull’accumulo. A questo fine si introduce l’uso della sintassi come articolazione degli oggetti accumulati. Ovvero, la strutturazione interna dell’accumulazione.
  • Si noti come questo implichi una specie di risposta evolutivo-cognitiva all’accumulazione delle merci e, nell’ultimo scorcio del capitalismo, delle informazioni. Si indaga l’accumulazione nel suo modello, ancor prima che nelle sue istanze (quello era un tratto più del postmoderno: qui ci si trova di fronte ad una specie di salto nel profondo).
  • Quello che affascina allora sono le singole soluzioni logistiche, viste come istanze residue di diversi ordini concorrenti. Passando da un livello diciamo strutturale a quello del materiale immaginario messo in gioco, si può notare come a questa concorrenza di ordini corrisponda un’analoga concorrenza di immagini, di voci, di storie implicate.
  • Chiaramente la cosa è da riferirsi all’uso come si è detto metastrumentale della sintassi. Cioè: se la sintassi, di per sé, ordina le cose del mondo (al punto di poter dire forse che l’ordine sintattico genera un ordine termodinamico) è possibile trovare in Giovenale (ma, come ho detto, anche in Toscano) un esempio di testo che espone questo processo e concentra su di esso l’esperienza ed il piacere del lettore.
  • Le fratture e la paratassi generale. Le singole soluzioni logistiche dei sintagmi che costituiscono il testo si giustappongono le une alle altre. La distanza semantica apre gli spazi di una produzione “in proprio” di sensi plausibili. La vicinanza sintattica produce la sensazione propria del sublime.
  • Il paragone con l’accumulazione delle merci viene naturale (ed è la base materiale di questo sistema struttura-immaginario) ma un ulteriore riscontro lo si può trovare nel nuovo regime di immaginario in cui ci troviamo con la diffusione dei media elettrici e l’ipertrofia della comunicazione (per riallacciarsi al discorso sulla merce, ricordiamo il valore comunicativo della merce in quanto feticcio). L’esperienza principale dei nostri giorni è quella di ordini interrotti e contraddittori, sia che si tratti di merci esposte sugli scaffali al supermercato, di segnali e cartelloni pubblicitari per strada o, e soprattutto, di diverse trasmissioni in corso sui canali televisivi e delle soluzioni di continuità totali nella navigazione in rete.
  • A riguardo andrebbe notato come in Toscano la struttura sintattica venga usata, ancor prima che per un’esposizione di se stessa, per la distribuzione di elementi dell’immaginario in un dato ordine. Ovvero si riconosce la natura logistica della sintassi, aiutati in questo dalle vertiginose possibilità appositive di una lingua così “nominale” come l’inglese.
  • Sequenza di soluzioni: sommatoria all’infinito.
  • La questione rimane sempre quella dell’ordine: l’autore si rimette sui piedi della propria funzione e prende la responsabilità della produzione dell’ordine. È chiaro, data l’insufficienza referenziale, che affligge eppure fortifica il dettato, che l’auctoritas non si dà più nella riproduzione del presunto ordine del mondo. Piuttosto nella formulazione, nel dato momento, di un dato ordine del mondo. Il piacere che si prova nella lettura è un piacere del tutto cognitivo: il piacere proprio della curiosità soddisfatta. Ma anche la percezione di una profonda libertà morale (tradotta nel “coraggio” della formulazione).
  • L’autore sovrascive lo scrittore. La resa stilistica, per quanto riuscita, è sempre sottomessa all’impegno etico della formulazione. Al di là di quelli che possono essere gli intenti consci, quello di cui fa esperienza il lettore è di uno scenario di invenzione/fondazione del senso.
  • La struttura sintattica ordina la successione temporale. La successione delle frasi è già di per sé una narrazione. La differenza rispetto ad altre scritture non realistiche in senso stretto è che la disgiunzione dalla rappresentazione del contesto non avviene per mezzo di implicazioni nel dettato ma per mezzo di spreco di particolari.
  • Manca il “filo del discorso”. La consequenzialità della vicenda è affidata solo alla consecutio delle proposizioni non alle implicazioni logiche. Non c’è UNA voce narrante a cui affidare la gerenza del dettato. Le successive formulazioni, più o meno articolate, di supposti stati delle cose richiede un numero non immediato di implicazioni per ricomporsi in un quadro organico.
  • Di nuovo: la sequenza sintattica si dà nella sequenza temporale e questo implica che l’accumulo sia una diversa esperienza del tempo. Diversa nella misura in cui non è lineare.
  • La giustapposizione cifra le apparenze del mondo e ci dà prima di tutto una versione del mondo come luogo di narrazioni concorrenti, di versioni concorrenti. Negli effetti, si tratta di una specie di effetto ottico. Il testo di per sé è unitario (essendo UN testo) e la stessa giustapposizione forza un qualche tipo di organicità. Quello che però non si riesce a ridurre, nonostante la realtà unitaria della compresenza, nonostante l’automatismo della simbolizzazione, è l’interruzione sintattica.
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